Il PDL soffre una sindrome di esclusione e se ne lamenta. Senza alcun dubbio, perché un sistema democratico funzioni e possa chiamarsi tale, ad una sinistra uscita (seppur di poco) vincitrice è necessario contrapporre uno schieramento opposto che risulti però almeno minimamente credibile. Arroccandosi su posizioni ormami indifendibili il PDL fa quadrato attorno ad un Berlusconi sempre più reietto da tutto il resto del Parlamento, alle prese con processi spinosi e, come se non bastasse, anche con salute malferma. Il problema però era ed è tutto all’interno del PDL: se mai avessero cercato di essere un Partito vero, con una visione politica, proposte concrete e un progetto di Stato adesso non si troverebbero a questo punto. Difendere l’indifendibile Berlusconi è una mossa che non fa altro che compattare i 7/10 avversi del Parlamento e dell’elettorato italiano che hanno votato per gli altri e non per loro. L’aver rinunciato alle primarie, ad una forma condivisa di leadership ed un progetto vero ha creato un effetto micidiale sulla credibilità del partito. Il problema è che quando il PDL ha capito di non essere capace di reggersi sulle proprie gambe, non essendo mai stato un partito vero ma solo una emanazione delle voglie e delle necessità del proprio leader e fondatore, non ha potuto far altro che richiamare in causa Berlusconi ed affidargli le redini della campagna elettorale cercando di salvare il salvabile. In fondo mettere la segreteria in mano ad Alfano è parsa subito una mossa pietosa e priva di senso, ben sapendo che Alfano era solo un timido vassallo senza né idee né carisma. Di idee Berlusconi non ne ha mai avute perché in fondo non ne aveva bisogno, l’unica idea, che è stata il fondamento della sua discesa in campo, è stata quella di convincere gli elettori, con la sua malìa da piazzista di mercato rionale, che il bene del Paese corrispondeva con il proprio. Essendo lui un uomo di successo negli affari qualsiasi decisione avesse preso sarebbe stata quella giusta per la Nazione. Iniziò così il processo di deresponsabilizzazione dei cittadini, che potevano accontentarsi delle prebende che il padrone elargiva (ici o imu che fossero) pur di lasciar fare, in nome di un liberismo economico che in realtà era solo libertinismo personale. E così andò anche l’ultima campagna elettorale, dove, grazie al giochino che già aveva funzionato 4 volte, riuscirono a raccattare quasi un 30% di preferenze, pur perdendo, rispetto all’ultima tornata, poco meno di 7 milioni di voti di italiani improvvisamente risvegliati dal torpore. In fondo lo sapeva anche mister B. che stavolta non sarebbe andata come le altre, stupido non lo è mai stato e i calcoli li aveva fatti bene, la crescita del M5S era impetuosa e la ricerca di cambiamento, seppur disarmonica e confusionaria nel suo manifestarsi, era un’onda che avrebbe travolto anche lui. Ma strategicamente quella percentuale di preferenza bastava, serviva per stare ancora in sella e avere voce in capitolo. Il problema, torno a dire, è stato che davanti agli ennesimi magheggi per evitare processo e arresto, si sta trovando di fronte un plotone compatto, trainato dai Grillini, che sono pronti a portare avanti la battaglia per la sua incandidabilità (con 19 anni di ritardo, meglio tardi che mai) e a votare a favore per il suo arresto.
Il suo partito non può fare altro che immolarsi, come soldatini pronti all’estremo sacrificio, in pietose marce in difesa di principi indifendibili, inventando assalti alla democrazia quando la democrazia la stanno offendendo loro per primi. La profusione di queste energie poteva essere instradata per cercare di rimettere su un partito che avesse una sua ragione d’essere, che portasse avanti una visione di che tipo di Paese si voleva costruire, per dimostrare che anche senza Berlusconi ci fossero delle idee e non il vuoto pneumatico che oggi appare. Bastava avere il coraggio di allontanare il capo e fargli capire che il tempo era passato, ringraziarlo ma discostarsi una volta per tutte dalla sua egoarchìa distruttiva.
Ora sono una minoranza, numerosa ma sempre minoranza, che non ha più appoggi da nessuna parte, né dagli alleati della Lega (tra l’altro non erano loro che in tempi non sospetti pubblicarono un dossier su tutte le connivenze mafiose del Cavaliere?) né tanto meno dai diversamente oppositori del PD, che nei momenti più tragici sono sempre accorsi in soccorso del caro nemico. Ma stavolta il buonsenso delle basi ha fatto tremare i palazzi, la Lega ha messo i paletti all’alleanza costringendo il PDL a dichiarare che ufficialmente il candidato Premier non sarebbe stato Berlusconi, il PD ha cercato di evitare ulteriori fughe di consensi verso Grillo appoggiando la dichiarazione di Crimi che alla prima occasione utile avrebbero votato per incandidabilità ed arresto di mister B. Adesso le prospettive non sono rosee, c’è un Governo da fare che deve reggersi su alleanze metafisiche, c’è un PDL che avendo perso la presidenza di entrambe le Camere cercherà un colpo di coda al Quirinale ma dovrà scontrarsi con muri ancora più duri, la tensione salirà e ci sarà da assistere a qualche altra insensata manifestazione di adorazione e appoggio al Cavaliere contro ogni decenza democratica, giusto per ricordare che la legge sarebbe uguale per tutti ma per Berlusconi si deve per forza fare un eccezione.
Speriamo di non vedere un Cicchitto o un Bondi vestiti da monaci tibetani che minacciamo di autoincendiarsi. Allora, parafrasando Flaiano, la situazione sarebbe troppo grave per essere anche seria.